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Cronaca

A lanciare l’allarme è la Ugl catanese, tramite il suo segretario generale territoriale Giovanni Musumeci, che ancora una volta pone l’attenzione su una problematica che interess migliaia di lavoratori

Redazione
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“Quella delle partecipate a Catania è una situazione ormai fuori controllo.” A lanciare l’allarme è la Ugl catanese, tramite il suo segretario generale territoriale Giovanni Musumeci, che ancora una volta pone l’attenzione su una problematica che interessa non sono un pubblico servizio ma anche migliaia di lavoratori ed un importante indotto.

“L’amministrazione comunale uscente in questi anni si è mostrata sempre indifferente rispetto alle nostre preoccupazioni sulla gestione di alcune società e sul loro futuro. Su sette aziende a partecipazione pubblica neanche la metà si salvano dal punto di vista finanziario, mentre quasi tutte presentano svariate problematiche sia sul piano organizzativo che su quello prettamente gestionale. Una condizione – continua la Ugl – che non può di certo proseguire in questo modo, poiché l’attuale andamento rischierebbe di far saltare almeno tre di queste società e trascinare nel baratro le altre. Pubbliservizi è sempre a forte rischio fallimento se la Città metropolitana non ne assume un pieno controllo anche sulla più semplice gestione. E’ assurdo che, ancora oggi, nonostante non si arrivino a pagare stipendi e diarie dei dipendenti, si continui ad arruolare consulenti esterni che non hanno contribuito a risolvere alcun problema. Di Amt sappiamo poco, ad eccezione delle recenti iniziative. Siamo preoccupati e ci siamo subito associati all’angoscia dei dipendenti, per le sorti di Asec e della controllata Trade che la passata amministrazione ha abbandonato a se stesse senza dare risposte ai vari solleciti giunti dalle organizzazioni sindacali. Stesso destino per Sidra ed in parte per Multiservizi, dove più che i conti (meno disastrosi rispetto alle altre realtà) a destare una certa ansia è ciò che saranno gli obiettivi futuri che dovranno determinare le conduzioni di queste aziende, al pari di Sostare che merita sicuramente una ulteriore valorizzazione".

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Secondo una ricerca commissionata da Fujitsu, il 40% dei retailer europei e il 73% di quelli italiani ritiene che, entro il 2021 la sua organizzazione non avrà più la forma attuale, mentre l’80% – l’82% in Italia – guarda alla digitalizzazione con favore

I maggiori retailer europei, e anche quelli italiani, sono fortemente fiduciosi circa la capacità delle rispettive organizzazioni di sopravvivere alla rivoluzione digitale, tuttavia non senza forti cambiamenti e un focus sull’innovazione: è quanto rivela un recente studio commissionato da Fujitsu .

Fujitsu

In tutta europa, i retailer concordano con i colleghi che operano nei settori finanziario, industriale e della pubblica amministrazione sul fatto che la rivoluzione sia ormai un dato di fatto per le aziende europee. In ogni settore gli executive hanno identificato la digitalizzazione come una tendenza che sta ridefinendo fondamentalmente il modo in cui le organizzazioni lavorano. La stessa percezione si registra anche tra il campione italiano intervistato.

Sebbene la maggior parte dei grandi retailer di oggi non siano stati “pensati” per l’era digitale, tutti concordano sulla necessità di sapersi innovare e adattarsi rapidamente al nuovo contesto se si vuole conservare la market share e affrontare competitor nativi digitali. Nonostante la portata di queste sfide, quasi tre quarti dei retailer intervistati in Europa hanno dichiarato di essere fiduciosi circa i vantaggi significativi che la digitalizzazione può portare con la co-creazione e la collaborazione strategica considerate vitali per il successo. Anche in Italia, i retailer hanno la consapevolezza che la rivoluzione digitale è in atto da tempo e che il loro settore ne è impattato in modo molto significativo (55%) grazie o a causa della pressione dei competitor (64%).

Il 40% dei retailer interpellati da Fujitsu – il campione totale era di 250 aziende – ritiene che entro il 2021 la propria organizzazione non avrà la forma attuale. Con riferimento al campione italiano, questo dato sale al 73%. Ma non c’è preoccupazione: a livello europeo, solo un terzo (33%) dei C-level nel settore retail si dice preoccupato per il futuro della propria azienda – il dato più basso tra tutti i settori analizzati. Gli italiani invece sono più positivi: il 36% del campione si dichiara non preoccupato e solo il 9% lo è.

Quasi tutti (il 97%) affermano che le loro aziende hanno già registrato l’impatto della rivoluzione digitale; il 98% degli intervistati in Europa e il 55% in Italia riconosce la necessità che le organizzazioni evolvano per poter avere successo in un mondo digitale. In linea con questa percezione, il 75% del campione totale (il 63% in Italia) è convinto che il settore retail sia destinato a cambiare radicalmente nell’arco dei prossimi cinque anni, tanto che il 54% del campione europeo e il 100% di quello italiano afferma di aver già adottato misure per affrontare la sfida di questa rivoluzione. In particolare, l’82% del campione italiano ha dichiarato di aver modificato la propria strategia di business, facendo importanti investimenti in tecnologia (73%), stringendo nuove partnership strategiche (46%) e sviluppando nuovi servizi e prodotti (46%).

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